Siamo una società liquida incastrata in recipienti con i tappi
- Noemi Privitera

- 20 nov 2024
- Tempo di lettura: 9 min

La società in cui sguazzo si nutre della convinzione "che il cambiamento è l'unica cosa permanente e che l'incertezza è l'unica certezza".
Così Bauman, il sociologo polacco che conia l'espressione "società liquida".
In queste ultime settimane, questo concetto - di società liquida - ha occupato quasi tutti gli angoli della mia mente, declinandosi di volta in volta in maniera differente a seconda della pluralità di input che la mia vita mi ha regalato.
Devo ammettere di avere delle giornate piuttosto piene di stimoli, il che favorisce certamente il ragionamento sulle tediose faccende esistenziali.
Qualche settimana fa, per esempio, sono andata al cinema a vedere "Parthenope" di Paolo Sorrentino sulle note di "Era già tutto previsto" di Riccardo Cocciante e, uscendo dal cinema in lacrime - l'unica della sala, come mi è già capitato altre volte - mi son detta tra me e me "non c'è proprio niente di previsto".
Nel film, la protagonista, già vecchia, afferma un po' dubbiosa: "l'amore per provare a sopravvivere è stato un fallimento".
Mi sono venute in mente alcune storie sentimentali che ho vissuto, specie di recente, e mi sono chiesta se non mi fossi concessa all'amore soltanto per cercare un escamotage per sopportare questa realtà così instabile.
L'amore esiste veramente o è solo una filosofia, ormai?

Illustrazione di @mariemarsiPer me, innamorarsi ha la stessa forza di un elettroshock.
Quanto dura un elettroshock mediamente?
Non vi sembra che sia così un po' per tutti, al giorno d'oggi?
L'amore è veloce esattamente come ogni altra cosa delle nostre vite, ma ha ancora la funzione di conferire stabilità all'esistenza umana.
Mi sembra paradossale.
Come può qualcosa che divoriamo, così come quasi tutte le nostre relazioni, e di cui sparpagliamo le ossa che residuano nelle vite degli altri come medaglie di una guerra che abbiamo combattuto in nome del cinismo e del romanticismo defunto, darci quella stabilità che ci manca a causa della realtà iperveloce che ci risucchia?
Tale realtà, compresa quella virtuale, pullula di stimoli che, come gli elettroni o altre particelle atomiche, hanno un loro costante impatto sul nostro equilibrio. Il senso di instabilità e di scarsa fiducia verso il futuro, che dipende da tutti questi stimoli, e dalle situazioni di piena crisi sociale da cui scaturiscono, ci porta spesso a ricercare in concetti come l'amore una certezza.
Eppure, non sappiamo più fare all'amore.

L'amore così come lo abbiamo conosciuto ci spaventa.
Lo vogliamo tutto e subito, che sia fisico o spirituale. Ma un amore sano come quello che pretende di salvarci non può avere fretta. Un'esperienza intima e profonda necessita di tempo, di intesa, di pazienza, tutti elementi che confliggono con il love bombing e il sesso occasionale, e che ad oggi sono la cosa più simile all'amore che conosciamo e che chiaramente di stabile e sicuro non hanno un bel niente, anzi.
Il più delle volte causano ulteriori insicurezze.
Salve le dovute eccezioni.
Molti di noi hanno volutamente scelto una vita senza confini, specilamente dal punto di vista professionale. Anche sotto il profilo relazionale, con l'età, ci ritroviamo sempre più a nostro agio in situazioni nuove, tra sconosciuti, da soli a cercare input esterni e nuove avventure. Questo modo di essere, che per tanto tempo ci è stato venduto come una specie di versione new age del "Superuomo" - iperindividualista, in quanto mette se stesso e le proprie priorità al primo posto, allontanando le persone tossiche e negative; libero, da un capo severo o da un piccolo stipendio centellinato in buste paga che arrivano sempre un po' in ritardo; indipendente, specialmente dalle relazioni sentimentali, ed emancipato, a maggior ragione se si è donne, e dunque assolutamente autonomo e disabituato a chiedere aiuto - altro non è che il riflesso di una società consumista e tecnologica.
Ne deriva un modo di vivere l'amore del tutto nuovo, diverso da quello che ci hanno mostrato i nostri nonni e i nostri genitori e, di conseguenza, inquientante.
Non saprei dire se il senso di inquietudine, che dipende da quell'attitude che in molti articoli chiamano "situationship", ossia una specie di relazione ibrida tra l'amore e l'essere due totali sconosciuti che si beccano una sera al bar e limonano, sia solo frutto del passaggio che partecipa all'inevitabile evoluzione sociale oppure se dipende dalla tossicità di questo tipo di rapporti.
Nel dubbio, sono stata spesso coinvolta in questo genere di situazioni e ne sono uscita molte volte avvilita.

Non auspico a un ritorno ai costumi sentimentali dei tempi dei miei nonni, rabbrividisco all'idea che un uomo debba scegliermi e sposarmi dopo avermi vista passeggiare davanti la chiesa del paese una domenica mattina a braccetto con mio fratello maggiore, ma è chiaro che occorre un assestamento per la nostra generazione.
La società si evolve sotto il segno del consumismo e della tecnologia e le conseguenze sociali sono plurime - quella del nuovo modo confuso di vivere l'amore, a metà tra la storia romantica delle principesse Disney e il desiderio sessuale patologico di Joe in Nymphomaniac, è solo un esempio.
Il consumismo, infatti, ingenera in noi il desiderio di possedere ogni cosa, anche ciò che non ci serve o che non è buono per noi, ma è bello per tutti; ma anche di venderci a ogni costo, mostrando la nostra merce sul bancone ai potenziali acquirenti, qualsiasi cosa questo voglia dire per ognuno di noi.
Lo sviluppo tecnologico, associato ad alcune situazioni estreme come la pandemia, ha invece accelerato il processo di solitudine e di individualismo della persona, la quale ha sempre meno motivi per uscire di casa e incontrare gli altri, visto che tutto è a portata di click, facilmente sostituibile dall'intelligenza artificiale, che impigrisce sia le nostre capacità cognitive, che quelle emotive.
Insomma, l'imbarazzo che si prova nel conoscere qualcuno di presenza al bancone di un bar non sarà mai paragonabile a quello di quando si scrive un messaggio su un social. L'eccitazione sessuale di vedere un corpo che si spoglia al nostro cospetto non somiglia a quella che divampa dinanzi a una fotografia, per quanto hot.
Lungi da me demonizzare lo sviluppo o lamentarmi di come stanno le cose: stanno così, c'è poco da fare.
Indietro non si torna, e non sarebbe una buona idea.
Alla luce di tutto questo, l'amore è (ancora) qualcosa che ci serve realmente? Quel tipo di amore "che ci salva", come direbbe la già citata Parthenope di Sorrentino. E noi siamo ancora liberi di essere noi stessi, dopo avere indagato a fondo la nostra identità, o esiste solo la nostra versione for sale modificata dalle app di editing gratuite?
Per quanto mi riguarda, l'amore può considerarsi uno "strumento per provare a sopravvivere" (cit. tratta da "Parthenope").
O, come direbbe l'Hemingway di Woody Allen, un rimedio per non pensare alla morte.

A volte, ho la sensazione che pure l'amore sia diventato un modo di vivere per le persone semplici. Mi sembra che a sposarsi e a fare i figli siano soprattutto coloro che chiamano i padri presenti "mammo" e che buttano gli scontrini dai finestrini delle proprie auto in corsa.
Prima o poi declassano tutti, da dio all’amore.
Tuttavia, altre volte mi convinco che sia ancora possibile amare, in un senso evoluto, alla luce di tutti i cambiamenti sociali che stiamo subendo, senza iniziare a chiamare i papà "mammo".
Ma la gente fa una gran fatica a creare legami stabili.
Come ho letto in un interessantissimo articolo di The Vision, "in una società segnata dalla crisi della solitudine globale, non possiamo e non vogliamo stare soli. Al contempo però le pressioni sociali che viviamo ogni giorno ci portano a non volere aggiungere un'ulteriore responsabilità nell'insieme confuso delle nostre emozioni".
Ovviamente, questi concetti vanno declinati tra le varie categorie sociali, tenuto conto di elementi come le condizioni culturali, politiche, religiose ecc. delle persone del mondo.
In linea di massima, mi trovo piuttosto d'accordo con questo assunto che parla di paura della responsabilità, da un lato perché siamo schiacciati dalle pressioni, a maggior ragione nell'epoca dell'iperinformazione; dall'altro perché la liquidità di cui parla Bauman, e che mi balena in mente da un po', ha la pretesa di privarci di qualsiasi tipo di catena.
Qualsiasi situazione che possa in qualche modo farci sentire "costretti" è un limite alla nostra libertà di essere fluidi.
Pure l'amore, dunque, diventa una gabbia, seppure d'oro, quando lo scopo di ognuno di noi è quello di essere liberi da schemi, condizionamenti, imposizioni sociali.
E questo avviene naturalmente, è una conseguenza di tutto ciò di cui ho parlato finora.
Crisi sociale, avanzamento tecnologico, la cultura dell'individualismo, e ancora la fuga dalle professioni tradizionali, un nuovo concetto di lavoro - considerato sempre più un mito romantico d'altri tempi - e dalle relazioni canoniche, la velocità con cui consumiano i momenti e passiamo da un rapporto a un altro, da un'identità a un'altra.
A tal proposito, di recente mi sono imbattuta in un'interessantissima intervista in radio di Mick Odelli, autore del nuovo romanzo "Sfacciati", che è sottotitolato "L'arte di cambiare identità ed essere qualsiasi cosa", in cui l'autore offriva un taglio ottimistico a questo concetto di fluidità.

Anche durante la sfilata gender fluid del brand Cool Lalla, a cui ho preso parte due settimane fa, la liquidità, intesa per l'appunto come "fluidità", aveva un connotato positivo, sinonimo di libertà e quindi, di conseguenze, di benessere.
Ma se da una parte la fluidità ci restituisce il diritto a essere liberi e a sperimentare varie identità, per esempio lavorative - penso anche alle varie ritrovate forme di relazioni sentimentali più "sincere" e più coerenti - dall'altra ci spinge verso una sensazione di smarrimento e di frustrazione.
Letture consigliate questo mese: "Sfacciati" di Mick OdelliSmarrimento perchè l'assenza di punti di riferimento, quale corollario della libertà, è inevitabilmente una china scivolosa verso una condizione esistenziale che alimenta l'incertezza. Frustrazione perché, invero, la società si sta evolvendo, ma non è ancora del tutto evoluta, e questo vale sia in riferimento alle varie categorie sociali a cui ho già fatto cenno - non è detto che tutti comprendano le tue scelte, infatti molti miei coetanei già genitori, per esempio, mi considerano una Peter Pan che non vuole crescere e assumersi la reponsabilità di una famiglia -; sia in riferimento a noi stessi.
Immaginando, infatti, di rappresentare quella fetta, probabimente minoritaria, di società progressista che abbraccia il cambiamento con apertura mentale e persino entusiasmo, e che sposa i valori principali di questa evoluzione sociale, tra cui la libertà intesa come fluidità, pure nelle nostre menti, sedimentate sotto strati culturali - antropologici, sociologici e psicologici - ci sono delle infrastrutture difficili a crollare.
Si pensi, per esempio, al ruolo che giocano le "relazioni tradizionali" nella nostra vita quotidiana, e la fatica che si fa a considerare le esperienze alternative come le coppie aperte.
Nonostante alcuni elementi fondamentali del concetto di amore siano venuti meno per tantissime persone - come la religiosità dell'unione amorosa suggellata dal matrimonio, la fondamentalità di procreare, la monogamia della coppia e via dicendo - e nonostante si stia affermando, in maniera a tratti anche deleteria, una impetuosa individualità di fondo, consideriamo ancora la ricerca dell'anima gemella di grande importanza, per costruire insieme a lei una relazione monogama improntata sulla famiglia tradizionale.

In questa maniera, siamo liquidi, ma incastrati in recipienti con il tappo.
Altra lettura consigliata: "Romanzo di un maschio" di EterobasicheE questo genera una profonda confusione in alcuni, frustrazione in altri, e squilibri sociali che portano l'elettorato passivo a insultarsi sui social con fare aggressivo e inutile.
Pure sotto il profilo individuale, c'è bisogno di riscoprirsi.
Andando a Milano lo scorso weekend, ho incontrato parecchi fuorisede che mi spiegavano qual era l'aspetto più avvincente della loro scelta di cambiare città per trasferirsi a Milano.
"Qui nessuno sa chi sono, dunque posso essere chiunque. Nessuno si accorge di me, così io posso essere libero".
L'ho trovata un'affermazione fortissima, ma molto molto comune.
Pare che aleggi il desiderio di scomparire, in pieno stile "Il fu Mattia Pascal", per ricomparire liberi da preconcetti e costrutti sociali, svincolati dalle catene delle aspettative di un passato che non ci appartiene più. Ecco perché realtà come la Ballroom sono così amate e apprezzate da tantissima gente. Tolto l'aspetto competitivo e artistico dell'evento, all'interno della Ballroom tu diventi esattamente chi vuoi essere per il tempo che vuoi e cambiare idea miliardi di volte.
Sei finalmente un liquido libero di fluire senza recipienti, né tappi.
Sarà forse questo il rimedio a questa precarietà identitaria?
Creare sempre più contesti safe in cui potere essere liberi di ricercare se stessi, ma soprattutto, di cambiare idea tutte le volte in cui lo vogliamo? Educare la società al progresso è un processo molto lento, che in certi ambienti viene velocizzato perché vengono frequentati da persone già pronte a conoscere.
Il progresso è certamente più facile da digerire per gli individui curiosi, che hanno abbattuto le proprie certezze. Del resto, alcune certezze sono necessarie, troppe certezze mortificano l'intelligenza, perché si fondano per lo più su pregiudizi.
Anche questo pensiero è figlio dei miei tempi - ohibò.
Forse, e ripeto forse, solo in questo modo poi potremmo essere di nuovo pronti ad amare "alla vecchia maniera", ammesso che questo modo di vivere le relazioni sarà mai più possibile per tutti.
In questo modo, torneremo a innamorarci di ciò che oguno di noi è e non di ciò che ognuno di noi fa - o mostra di essere o di fare.

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