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"La coscienza della mia Vagina" di Noemi Svevo


Inaugurazione del vernissage "Cera" di Andrea Matteo Petrelli alla "Legatoria Prampolini" di Catania.
Inaugurazione del vernissage "Cera" di Andrea Matteo Petrelli alla "Legatoria Prampolini" di Catania.

Questo testo non è stato censurato.

Se a qualcuno infastidiscono i termini sessuali espliciti o le espressioni di violenza farebbe bene a prepararsi psicologicamente o a interrompere qua la lettura.


Mi chiamo Noemi e ho trent’anni.


Questo significa che sono nata a ridosso di due secoli, tra le lire e l’euro, le merendine a base di Nutella Ferrero e lo scandalo dell’olio di palma, le coppie sposate come i miei genitori e Samantha Jones di “Sex and The City” che, invece, fa sesso con chiunque sia sexy senza instaurare alcun legame.


Non è facile barcamenarsi in questo mondo pieno di contraddizioni, schiacciato dalle pressioni sociali da una parte e dagli ipocriti tentativi di difendere una pseudolibertà personale dall’altra. 


Trovare se stessi, in questo marasma, rimanendo svincolati dagli stereotipi e dalla massificazione di concetti importantissimi come il femminismo o la pace, ridotti a meri slogan per i Social Network, è un’impresa di non poco conto.


Oggi non vi parlerò del rapporto con la mia famiglia, della mia infanzia, dell’intervento chirurgico che a dodici anni mi è costato un ovaio, e il motivo è molto semplice: ci ho messo tre anni e mezzo per parlarne alla mia psicoterapeuta e non credo, sinceramente, che voi abbiate tutto questo tempo, questa sera.


Vi basti soltanto sapere che ognuna di queste dinamiche è stata molto importante per questa mia storia.


Piuttosto, vi parlerò di come ho cercato a tutti i costi di sentirmi accettata attraverso il mio corpo, rendendolo schiavo di un ideale di femminismo tossico e irreale.


Titolo esposto in vetrina alla "Legatoria Prampolini" in cui mi sono imbattuta casualmente dopo la presentazione alla mostra
Titolo esposto in vetrina alla "Legatoria Prampolini" in cui mi sono imbattuta casualmente dopo la presentazione alla mostra

Quando ero adolescente immaginavo la mia prima volta con il mio fidanzato.


Non ho mai preteso petali di rose rosse sopra il letto e candele profumate intorno, io volevo solo la canzone “Love of my Life” dei Queen di sottofondo.

Ve lo dico sin da subito: non ho mai avuto un fidanzato in vita mia.

E l’unica canzone che sento quando un uomo prova a penetrarmi è “Uomini Soli” dei Pooh. 


La prima volta che ho visto un uomo nudo, infatti, questo era sì fidanzato, ma non con me.

Ero in gita scolastica. 

Lui si è abbassato i pantaloni senza alcun preavviso, ha preso la mia mano e ha avvolto il suo pene con le mie dita inconsapevoli.

Non mi ha nemmeno baciata prima.

In effetti, neanche dopo.

Nonostante ciò, non mi sono tirata indietro e ho lasciato che mi guidasse verso la sua sola priorità in quel momento: avere un orgasmo.

L’unica cosa a cui pensavo io, invece, era che lo amavo.

Credevo che quel seghino sbilenco fosse l’inizio della nostra bellissima storia d’amore.

Ovviamente non è stato così.


Subito dopo il suo amplesso unilaterale, mi ha detto “guarda che io ce l’ho già una fidanzata. Mica ne posso avere due”.


Sicuramente non era poligamo. 


Come inizio della mia vita sessuale relazionale non è stato un granché.


Ma ero comunque contenta, perché finalmente anch’io avevo una storia da raccontare alle mie compagne di classe. Il mio sogno romantico della mia prima volta si stava iniziando a mescolare con quel bisogno, comune forse a tutti gli adolescenti, di sentirmi parte integrante di un gruppo.


Volevo soltanto essere ragazza come tutte le altre, popolare e carina.

In altre parole… io… “volevo essere un duro”.


All’università questo pensiero si è fatto più pregnante.


Ai tempi, ero già consapevole del mio aspetto seducente, e giocavo molto con il mio corpo. L’immagine che regalavo al mondo era quella di una ragazza sicura e sensuale, sessualmente libera e aperta. Eppure, ero ancora vergine e non avevo nessuna intenzione di concedermi al migliore offerente.


Difendevo il mio sogno romantico pur cercando di non darlo troppo a vedere, ma iniziavo a soffrire.


Mi sentivo prigioniera di una visione del sesso che non si adattava affatto al mondo in cui mi ero ritrovata tutto d'un tratto.


Da un lato, speravo di innamorarmi e di vivere la mia prima vera esperienza sessuale. Dall’altro, ammiravo, con un pizzico di invidia, le mie coetanee che avevano una vita sessuale molto più attiva della mia.


Non consideravo “sesso” quello che avevo fatto fino ad allora e il motivo è molto semplice: tutti noi, infatti, attribuiamo al sesso il significato di sesso penetrativo vaginale. 

È una visione piuttosto fallocentrica direi.

A ragionare così, le lesbiche non fanno mai sesso, ma a questo non ci pensa nessuno, in genere. 


Di sicuro, non ci pensavo io a vent’anni, quando il mio unico pensiero era perdere la verginità per sentirmi finalmente una ragazza come tutte le altre.


Per un po’, trovai un equilibrio: il mio atteggiamento sensuale, che non aveva niente a che fare con la mia vita sessuale, mi faceva sentire “giusta”. 


Nessuno sapeva che ero vergine, né lo avrebbe potuto sospettare. 


Uno dei diversi scatti realizzati per la mostra con il fotografo Andrea Matteo Petrelli
Uno dei diversi scatti realizzati per la mostra con il fotografo Andrea Matteo Petrelli

Il mio atteggiamento, infatti, aveva ingenerato grandiose aspettative, non solo negli uomini.

Tutti i ragazzi con cui uscivo, dopo circa due settimane, mi liquidavano con la scusa che ero troppo impegnativa e che non erano pronti ad avere una relazione seria con me.

Per loro era sorprendente che io non facessi sesso con loro al primo appuntamento.

Sei una finta sucaminchia” mi disse uno, una volta.

La mia immagine patinata di donna seducente e libera cominciava a non essere più credibile.


Persino le mie amiche stavano iniziando a smascherarmi.







La facilità con cui, dopo un appuntamento, mi chiedevano “ci hai scopato?”, dandolo per scontato, e lo sguardo che facevano quando gli rispondevo di no, è indimenticabile, anche perché succede ancora oggi.


Sei malata per caso?” mi disse una volta una di loro.

“Forse, sono davvero malata” mi dicevo, e questo spiegava perché le mie colleghe erano tutte sempre fidanzate e io no.


Mi convinsi che il sesso fosse la sola e unica chiave per l’amore.


Non bastava essere brillante e seducente.

Io dovevo scopare per forza o nessuno si sarebbe mai innamorato di me.


Iniziai persino a credere che essere libera ed emancipata volesse dire soltanto avere una vagina accogliente e disponibile al sesso sempre.

Io non ero veramente libera.

Le altre ragazze sì.


E dal momento che volevo essere una femminista a tutti i costi, diversa da mia madre e dalle donne della mia famiglia, incastrate in matrimoni asfissianti che le avevano annullate, almeno così mi pareva, ho provato a fare sesso in questo modo a qualunque costo.


Per dieci anni, io ho rinnegato la mia persona per adeguarmi a una realtà che avevo idealizzato e che non mi accettava per quella che ero.


La prima a non accettarmi ero proprio io.


Di tutte le cose difficili che ho fatto nella vita, tipo laurearmi in Giurisprudenza a Catania, accettarmi è stata la più difficile e ancora oggi non ci sono riuscita del tutto.


Provai ad avere la mia prima penetrazione vaginale.


La ricordo come una trivellazione.


Tutte quelle aspettative sull’amore e sul sesso, il confronto con le altre, la paura di perdere un altro uomo perché non potevo soddisfarlo come facevano loro e il fatto di essere ancora vergine, non fecero che aumentare la mia ansia.


Fu terribile, un dolore insopportabile.


E poiché non piacque nemmeno per lui, il giorno dopo mi cacciò di casa, dicendomi che non aveva alcuna intenzione di riprovarci.

Avremmo dovuto scopare come due conigli noi due e invece non abbiamo concluso niente” mi disse.


Non ho mai più pianto davanti a un uomo in quel modo come allora.

Mi spezzò il cuore.


Tutte le altre volte andarono come la prima.


Il ricordo di quel dolore e la paura di essere di nuovo rifiutata, qualora non fossi riuscita a farmi scopare come le altre, mi bloccò i muscoli pelvici, il respiro e la mente.


Uno dei diversi scatti realizzati per la mostra con il fotografo Andrea Matteo Petrelli
Uno dei diversi scatti realizzati per la mostra con il fotografo Andrea Matteo Petrelli

Gli uomini con cui uscivo mi gettavano via come un mozzicone di sigaretta dopo il primo tentativo di scoparmi.


Questo mi faceva sentire indegna.


Non meritavo di essere amata perché non riuscivo a soddisfarli sessualmente.


E più pensavo che non riuscivo a fare sesso, più non riuscivo a fare sesso.


Ho collezionato negli anni esperienze sessuali catastrofiche, dolorose e frustranti.

Fare sesso per me era diventata un’ossessione e ben presto mi ritrovai all’interno di un circolo vizioso fatto di uomini indisponibili emotivamente, con una vita sessuale molto attiva, tendenzialmente belli e desiderati, che si dia il caso volevano da me l’unica cosa che non potevo dargli: il sesso.


Ci ho messo un po’ di tempo prima di affrontare il discorso con una ginecologa. Provai a spiegarle questa strana sensazione di paura, mista a dolore, che ormai avvertivo anche solo all’idea che un uomo potesse penetrarmi.

“Ma non è che sei lesbica?” mi chiese.

Io sapevo di non esserlo, ma per un attimo pensai che forse il motivo fosse questo.

Oggi sono assolutamente certa di non essere lesbica e che trovare un ginecologo o una ginecologa in grado di trattare le disfunzioni sessuali femminili con delicatezza, sensibilità e professionalità è più difficile che trovare il grande amore.


Sull’ipertono del mio pavimento pelvico, in arte vaginismo, ormai potrei dire molte cose.


Potrei dire che l’intervento ginecologico che ho subito a dodici anni ha creato delle aderenze che hanno contribuito a irrigidire i tessuti.


Potrei dire che l’educazione sessuale romantica che ho ricevuto ha creato troppe aspettative, poi disattese dalla realtà.


Potrei dire, ancora, che il mio approccio al sesso è stato talmente traumatico da avere causato un blocco psicologico e, conseguentemente, fisico.


Potrei dire che il mio desiderio di conformarmi agli altri, in fondo consapevole di essere sempre stata un po’ diversa, alla fine dagli altri mi ha solo allontanata.


Uno dei diversi scatti realizzati per la mostra con il fotografo Andrea Matteo Petrelli
Uno dei diversi scatti realizzati per la mostra con il fotografo Andrea Matteo Petrelli

Forse, si è solo trattato di una ribellione da parte della mia vagina.


Sapete, è piuttosto sveviana, potrei definire la nostra vita insieme “La coscienza della mia vagina”.


È come se lei si fosse chiesta, prima di me: ma questa la libertà sessuale femminile, alla fine, esiste veramente o è solo una specie di patriarcato 2.0?

Quante donne fanno l’amore solo per il piacere di fare l’amore? E quante, invece, lo fanno perché credono di non essere buone a nient’altro? Per insicurezza, per la paura di rimanere sole, perché sono subdolamente costrette - psicologicamente legate a un’idea della femminilità tutta sessuale, come la buona società ci insegna?


Bisognerebbe educare al consenso anche e soprattutto le donne.





Ma prima ancora all’amor proprio, che prescinde dal rapporto con gli uomini, e più in generale con gli altri.


Spesso, noi donne ci sparpagliamo tra le gente attraverso il sesso solo perché non ci rendiamo ancora conto di poterlo fare in tantissimi altri modi.


Noi potremmo cambiare il mondo con la nostra forza, ma troppo spesso cambiamo noi stesse in base a come il mondo ci vuole.


Era quello che facevo io.


Oggi mi piace pensare che, in verità, stavo compiendo una rivoluzione, qualcosa di più grande della mia esperienza personale: io stavo cambiando il mondo, proprio mentre il mondo pareva stesse cambiando me.


L’ho fatto rivalutando il concetto stesso di sesso, includendovi tutte quelle altre pratiche sessuali, diverse dalla penetrazione vaginale, che procurano un estremo piacere alla donna, e che non sono meno importanti del sesso “tradizionale” generalmente associato alla procreazione.


Ho rieducato alcuni uomini al rispetto della donna attraverso un approccio meno maschilista con la pratica del diniego.


Ho contribuito a includere nel concetto di “libertà sessuale” anche la libertà di non fare sesso, se non lo si vuole fare, oltre a quella di farlo dove, come, quando e con chi ci pare.


Sembra un messaggio scontato, ma vi assicuro che non lo è ed io ne sono la prova.


Ho contribuito, infine, a parlare di un tema che molti ancora oggi sconoscono ossia il vaginismo, e più in generale le disfunzioni sessuali femminili.


P.S. il mio computer segna in rosso la parola vaginismo, a riprova del fatto che è un termine che non esiste nemmeno nel dizionario del MacBook.


Per dieci anni ho provato solo dolore e, ancora oggi, se devo finalmente essere sincera, posso dirvi che io una scopata decente non me la sono ancora fatta, ma ho fatto tanto altro.


Non sei nemmeno buona per una scopata” mi è stato detto qualche anno fa.


È vero, io non sono stata buona neanche per una scopata e va bene così, mi accollo questo passato doloroso e indimenticabile per parlarvi oggi di questo argomento che ha fatto sentire molte donne sole, e andare avanti con forza e con consapevolezza.


Se mai vi siete trovate o vi troverete in una situazione simile… Sappiate che non siete sole.


Magari, oggi qualcuno uscirà di casa sapendo per la prima volta che esistono anche le disfunzioni sessuali femminili, e che non sempre dipendono da malattie fisiche come l’endometriosi o la vulvodinia, ma che a volte hanno solo origini psicologiche.


Tra queste, anche la anorgasmia o la disorgasmia.


Tantissime donne non raggiungono l’orgasmo, il quale non è un mito o a una leggenda, come alcune credono.


I veri miti da sfatare, piuttosto, sono la convinzione che esistono solo la disfunzione erettile o il micropene.

Che le donne sono sempre pronte a fare sesso, anche se non gli va tanto, mentre agli uomini se non viene duro è un problema. Anche le donne possono fisicamente manifestare un’impossibilità al sesso, che è l’equivalente di non avere un’erezione. 

E possono non provare piacere, anche se l’uomo è convinto di fare di tutto per darglielo, perché la concezione del sesso che abbiamo è fallocentrica. Molti uomini credono che alle donne piaccia quello che piace a loro o applicano alla realtà quello che hanno imparato attraverso la pornografia. Spoiler: i porno sono fatti su misura per voi e per il vostro godimento.


Ecco un elenco breve delle disfunzioni sessuali femminili di cui ho parlato.


  • vaginismo: condizione caratterizzata da un improvviso irrigidimento dei muscoli vaginali al momento dell'inserimento di un corpo esterno, tipicamente il pene durante i rapporti sessuali e/o lo speculum ed altri strumenti medici in caso di visita ginecologica.

  • anorgasmia: incapacità di raggiungere l'apice del piacere nonostante la stimolazione sessuale. Questo disturbo può essere masturbatorio o coitale, in base al tipo di stimolazione eseguita.

  • disorgasmia: condizione caratterizzata da dolore o disagio durante o immediatamente dopo l’eiaculazione. La gravità del dolore può variare da lieve a severa e può essere percepita in vari punti della regione pelvica.


Condividere e parlarne è il primo grande passo per conoscere e risolvere i problemi legati alla sessualità femminile, da sempre così misteriosa e asservita al soddisfacimento del piacere maschile.



 
 
 

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