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Siamo tutti talmente intenti a “essere migliori” degli altri che spesso ci dimentichiamo di “essere”





Sono giunta a questa conclusione: noi millennials siamo tutti talmente intenti a giocare a essere migliori degli altri che ci dimentichiamo spesso di fare la nostra mossa per essere realmente delle “belle persone”.

E così perdiamo, perché nessun giocatore può mai sperare di vincere qualche partita se non muove le sue pedine.


Specialmente quella della vita.


Ma da quando dimostrare di essere migliori degli altri è diventato più importante di esserlo veramente?

E, soprattutto, essere una “bella persona“ è realmente possibile? E se la risposta è sì, davvero una bella persona dovrebbe rimanere nell’ombra, senza aiutare gli altri a migliorare, come chi fa beneficienza ma non lo dice?


Mi ha sempre incuriosito molto quel fenomeno per cui per alcuni individui siamo delle persone straordinarie mentre per altri siamo il peggio che possa capitare.

Forse, essere delle “belle persone“ è un dato totalmente soggettivo, forse la nostra “bellezza” come persone dipende solo ed esclusivamente dalla percezione che gli altri hanno di noi.



Probabilmente è così. Del resto, viviamo in un mondo sensoriale dove nulla esisterebbe senza “l’altro”, neppure noi. Ma se davvero abbiamo questa enorme responsabilità di fare esistere il mondo attraverso la nostra percezione, come dobbiamo comportarci con l’idea che abbiamo di noi stessi?

E come dobbiamo gestire, invece, quella degli altri, finché siamo vivi e senzienti, per fare in modo che non diventi un’ossessione dimostrare di essere delle “belle persone” e piacere a tutti?

Mi sono accorta che da quando alcuni strumenti di conoscenza della psiche umana sono diventati alla mercé del popolo, la si fa facile a dire “quello è un narcisista”, “quell’altro ha sicuramente una famiglia disfunzionale” e così via. Qualsiasi forma di evoluzione culturale che ponga i comuni mortali ad avere maggiori conoscenze in un qualsiasi ambito è vista da me come un fattore di sviluppo sociale positivo, ma trovo tuttavia che ci sia molta speculazione al riguardo.

Anch’io ho approfondito moltissime questioni a me care, per esempio quelle relative ai rapporti sessuali e alla relazione tra l’individuo nella sua sfera intima e la massa, intesa come entità astratta diversa da sé. Ciò nonostante pago sistematicamente una psicologa per essere analizzata, non perché io non sia in grado di leggermi dentro, ma perché ritengo che ci sia un motivo se esistono gli psicologi e non siamo tutti psicologi.

Io alla mia psicologa dico davvero tutto, non ho filtri, non ho paura di quello che potrebbe pensare di me: questo è il rapporto ideale – secondo me – tra un paziente e uno psicologo.

Non quello tra due amici.

Lo psicologo, infatti, sta lavorando.


Sì, essere psicologi è un mestiere, come lo è essere podologi, ed è giusto che il rapporto tra il paziente e lo psicologo sia impostato sull’assoluta trasparenza, coi tempi e i toni appropriati al singolo percorso.

Ecco, a me sembra che da quando siamo diventati tutti psicologi, ci è sembrato normale trasformare ogni singolo rapporto della nostra vita in una seduta psicoanalitica, dimenticandoci l’importanza di salvaguardare certi valori imprescindibili nelle relazioni umane.

Anziché amare un amico e parlare con lui con il rispetto, la cura e l’affetto propri di un rapporto di amicizia, e non di quello tra paziente e psicologo, pure in un momento di confronto o durante una lite, si tende sempre più a psicoanalizzarlo, entrando nel merito delle sue piccole battaglie e cercando di farlo sentire meno bravo di noi a combatterle e a vincerle.


Non lo facciamo con l’intento di risolvere una questione irrisolta e di aiutarlo veramente a riconoscere i suoi sbagli.


Lo facciamo solo per affermare noi stessi.


La nuova percezione che abbiamo di noi e degli altri è che noi siamo sempre un passo avanti nel percorso di crescita interiore, gli altri non saranno mai alla nostra altezza.


Ma possiamo insegnargli come fare.

Per esempio con paroloni come “nascisista“ o “disfunzionale”.

Come lessi una volta su Tumblr, “ognuno di noi sta combattendo una guerra di cui non sai niente. Sii gentile sempre” e mai frase di Tumblr fu più vera e da me più amata.

È davvero giusto fare gli amici psicologi?


Nei rapporti umani, di amicizia o di amore, vanno applicati dei filtri che possono essere smussati con gli anni, man mano che entra in gioco la confidenza, ma in ogni caso nessuno di noi merita qualcuno che lo mandi a fanculo ogni volta che gli passa per la testa di volerlo fare, che ci rinfacci continuamente i nostri difetti, le nostre debolezze e i nostri scheletri, che non faccia altro che ergersi a buddha per insegnarci i segreti del vivere bene e poi è il primo a essere nella merda fino al collo peggio di noi.

Perché l’importante non è fare le proprie mosse, in questa gigantesca scacchiera della vita; l’importante è dire agli altri quali mosse dovrebbero fare per essere alla nostra altezza.

Ma siamo davvero così in alto, se ci comportiamo in questo modo?


Se non sappiamo salvaguardare dei valori imprescindibili come il tatto, figlio della buona educazione; il rispetto, primogenito indiscusso della stima e dell’affetto; la gentilezza, che dovrebbe essere un corollario indiscusso dell’amore, nei rapporti individuali, sentendoci, invece, dei maestri zen arrivati e in grado di insegnare agli altri quale direzione intraprendere per essere salvati da se stessi, siamo davvero delle persone migliori e dei buoni amici?


Dire a un amico “non sei cambiato per niente” durante il suo faticoso percorso di crescita e sottolineiare continuamente i suoi limiti – umani e contro i quali magari sta già lavorando – non fa di noi delle persone più risolte, migliori, più avanti nel percorso di crescita psicologica e sociale.


Anzi.


È pericoloso per il nostro amico e ci riporta immediatamente al punto di partenza senza tirare i dadi.


E senza i cinquecento euro del “Via!”.


A volte, restare in silenzio per il solo dovere di salvaguardare il nostro amico dal pericoloso senso di inadeguatezza che potrebbe avere delle conseguenze irreversibili è il modo più gentile di comportarsi.



Essere gentili, educati, rispettosi, scegliere con gran cura le parole giuste da dire, controllare la rabbia, accettare di avere commesso un errore, chiedere scusa: per me, in questa lista di cose che percepisco come giuste non c’è spazio per la presunzione di essere migliori, per le dita puntate, né per l’elencazione dei difetti dell’altro fine a se stessa.

Non possiamo essere amici di chiunque, questo è ovvio, ma possiamo essere dei buoni amici di chi scegliamo di includere nel nostro mondo e questo implica, a mio avviso, la necessità di essere più amici e meno psicologi.


Non possiamo essere perfetti, è impensabile: ci sarà sempre qualcuno a cui non piaceremo neanche un po’.

Però possiamo cercare di essere la versione migliore di noi stessi allo specchio senza che questo implichi sminuire gli altri, specialmente se questi altri sono nostri amici.

Anche quando scegliamo di allontanare qualcuno a cui abbiamo voluto bene.


Non possiamo decidere che percezione hanno gli altri di noi, ma possiamo scegliere che cosa farcene; non possiamo pretendere da noi stessi la perfezione, ma abbiamo il dovere di non sbatterla in faccia agli altri visto che non esiste. Secondo la percezione di nessuno.

 
 
 

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