Quand’è che modificare il naturale corso degli eventi è veramente utile e non un disumano accanimento innaturale che storpia il tempo e lo spazio, rendendoci frustrati e incontentabili?
- Noemi Privitera

- 6 ott 2024
- Tempo di lettura: 7 min
Aggiornamento: 7 ott 2024

Negli ultimi mesi, quasi senza accorgermene, mi sono ritrovata molto spesso a eseguire un esercizio che non avevo mai sperimentato prima: l’esercizio a sentire il presente.
Si tratta di un allenamento all’hic et nunc, espressione tanto amata dai tatuatori di tutti i tempi e dagli admin delle pagine più seguite su Facebook tra il 2009 e il 2014, e che viene attribuita comunemente al poeta Orazio, anche se probabilmente era una locuzione d’uso comune tra i romani.
Letteralmente significa “qui e ora” ed è un inno a vivere il presente o, come piace dire a me, a sentire la dimensione attuale delle emozioni.
Siamo talmente tanto occupati a ricevere costantemente informazioni tramite i social network - anche quelle a cui non siamo interessati - che abbiamo dimenticato come ci si guarda attorno.
Non riusciamo a sentire il mondo che ci sta accanto e non sappiamo (r)accogliere il presente in maniera consapevole e volontaria.
Noi non sappiamo più "cogliere l'attimo".
Pianifichiamo costantemente il futuro, il che diciamo che è necessario per sopravvivere nella nostra società, e rimuginiamo con frequenza sul passato, alla ricerca delle cause che ci hanno condotto fino a qui, proprio qui, a leggere questo pippone pseudobuddista scritto da una trentenne catanese che non ha ancora deciso se uscire o meno questa domenica sera.
E il presente?
Come funziona il mio esercizio a sentire il presente?
“Sentire” è un verbo che ha a che fare con la sfera delle emozioni, è qualcosa che parte dalla pancia più che dalle orecchie, attiene all’inconscio.
Non è affatto sinonimo di “ascoltare”, in questo caso.
È iniziato tutto quest’estate, durante uno dei miei weekend da sola lontana da casa. Dovevo presenziare a un talk come moderatrice a un festival bellissimo per discutere di opportunità qui al meridione. Gli organizzatori, nel massimo della loro disponibilità, mi avevano omaggiata di un full pass per tutto il weekend, occasione che all’inizio avevo rifiutato a causa dell’ansia di allontanarmi per tre giorni dal negozio, dagli altri impegni di lavoro e da casa.
Durante il talk sono stata colpita in pieno petto da un’energia potente che mi ha attraversata da cima a fondo. Non riuscivo a contenere l’entusiasmo.
Non saprei dire, ancora oggi, se è stato merito del successo del talk, delle mie manie di protagonismo, tutte adeguatamente sfamate dall’evento, oppure se c’era qualcosa di mistico nell’aria di Piazza Armerina, che avesse a che fare con le mie radici.
A volerci fantasticare su, direi che è stata una specie di richiamo genetico della terra a farmi restare.
Mi sono detta: «Questo momento che sto vivendo in queste ore mi piace molto. Non vorrei che finisse. Come posso fare a prolungarne la vita il più possibile?».
E la risposta che mi è subito venuta in mente è stata: «Rimanendo qua per tutto il weekend e lasciandoti sopraffare ancora da questa potente energia che ti ha investita, senza arginarla».
Così ho fatto e ho preso tutto quello che ho potuto da quei giorni pieni e vivi senza pensare a niente, cercando come meglio potevo di arginare la mia ansia, senza preoccuparmi di niente.
Da quel momento ho ripetuto l’operazione tutte le volte che ho potuto fino a oggi.
Quella è stata la prima vera volta che da adulta ho lasciato che il presente mi abbracciasse.
È stato come all’inizio di una storia di amore: ho avuto un po’ di paura, ma poi l’ho lasciato fare. È stato bello pensare soltanto a ciò che avevo attorno nell’esatto istante in cui i miei occhi si posavano sulle cose, sentire forte il sapore del cibo che mi veniva offerto, annusarne gli odori, conoscere gente nuova e vivere intensamente la solitudine della mia camera d’hotel, la notte, patendo il caldo di agosto senza lamentarmi.
«Ad agosto fa caldo, subiscilo».
Noi non siamo abituati nemmeno alla raffinata accettazione.
Figuriamoci!
Non solo non riusciamo a godere del e nel presente, ma non abbiamo nemmeno l'educazione alla resilienza.
Mi viene in mente quel passaggio commoventissimo in cui Priamo, re di Troia, parla ad Achille dopo la morte di Ettore, supplicandolo di restituirgli il cadavere del figlio per dargli una degna sepoltura. Tra quelle righe dell'Iliade, emerge un profondissimo rispetto dei greci e dei troiani verso la casualità degli eventi.
"E così sia", si legge tra le righe, "gli dei hanno voluto questo", a volerla fare breve. Pure se "questo" è la morte di un figlio, per intenderci.
Noi siamo in grado di accettare il presente, nel bene e nel male, finché morte non ci separi?
È una mentalità opposta a quella tutta nostra che vuole a ogni costo che il naturale corso degli eventi venga modificato in funzione dei nostri desideri e della nostra volontà. E alcune volte ho benedetto dio e tutti i suoi compagni di miracoli per avere permesso all’uomo di inventare col suo ingegno i climatizzatori e gli antibiotici per curarci dalle malattie più gravi, ma è il giusto equilibrio che a noi occidentali del duemila manca.
Quand’è che modificare il naturale corso degli eventi, il ritmo causale delle cose, e finanche la loro natura, è veramente utile e ideale per una serena e salutare esistenza umana, e quando invece diventa un disumano accanimento innaturale che storpia il tempo e lo spazio e causa caos, stress, impazienza, rendendoci frustrati e incontentabili?
Ebbene, io ho provato altre volte a seguire solo il flusso naturale degli eventi, senza modificarne il corso e assumerne il maniacale controllo, ed è stato liberatorio.
Mi riferisco alle altre volte, da agosto, che mi sono esercitata a sentire il presente.
Non avevo mai lasciato alle emozioni dell'attimo che stavo vivendo di pervadermi - da quando ho compiuto nove anni credo - specialmente nelle relazioni con gli altri, e farlo mi ha permesso di sentirmi viva.
Il mio corpo mi ha regalato emozioni che temevo di avere perduto per sempre e che, addirittura, non avevo provato mai.
Il nostro corpo ha bisogno di vivere la condizione del presente. Noi questo lo abbiamo dimenticato.
Credo siano almeno due le ragioni che ci spingano (e ho la presunzione di parlarle al plurale perché sono certa che è un discorso che riguarda la stragrande maggioranza di noi trentenni nati in occidente durante l’era della rivoluzione tecnologica capitalista) a rinnegare il presente per preoccuparci più del passato e del futuro: l’educazione consumistica che alimenta il nostro desiderio a volere sempre tutto e subito; e l’ansia.
L’attitudine a pretendere che ogni nostro desiderio si materializzi nell’imminenza è un maledetto frutto della nostra cultura capitalista, acuito dal progresso tecnologico che ha velocizzato il mondo, portandolo a dei ritmi che non solo non sono umani, ma che ci allontanano pericolosamente dal presente e dunque dal piacere di goderci le cose nella loro dimensione attuale - o anche di soffrirne!
Il mondo ha svariati ritmi, tutti diversi tra loro, poiché ogni cosa ha un suo tempo e occorre rispettarlo.
Serve esercitarsi alla pazienza.
Ce lo insegnano gli alberi: nessun frutto è subito maturo solo perché noi lo vogliamo ardentemente.
Per quanto possiamo pretenderlo all’istante, l’albero ci darà le sue mele solo quando sarà tempo.
Se lo tenessimo a mente per ogni situazione (nel lavoro, nello studio, nell’amore, persino nel nostro percorso di crescita personale), vivremmo decisamente più serenamente e la nostra mente smetterebbe, probabilmente, di essere una fertile coltura di insicurezze, incertezze e instabilità.
Questo, va da sé, ridurrebbe inevitabilmente anche l’ansia, causata dalle eccessive ed esasperate aspettative che ognuno di noi ha - specialmente verso gli altri! - e da un tenore di vita drammaticamente stressante ed estenuante.
In un passaggio, che mi ha conquistato il cuore, di un libro che sto leggendo, l’autore Yrvin Yalom mette in bocca alla filosofa, scrittrice e psicoterapeuta Lou Salomé un’espressione che non dimenticherò mai: «spero […] che arriverà un momento in cui non vi sarà più uomo o donna che debba subire la tirannide delle fragilità altrui».
Credo fermamente, oggi più che mai, che un cuore che batte al ritmo del "qui e ora", e che abbia imparato dunque a sentire il presente, non abbia lo stesso bisogno di conferme di un cuore che non riesca a cogliere il significato più profondo di questa condizione e che viva proiettato ansiosamente solo nel futuro - o è rimasto incastrato nel passato.
Vivere il presente rende liberi.
Devo ammettere, però, ogni tanto ho qualche défaillance.
È difficile andare a dormire Steve Jobs e svegliarsi Dalai Lama.
Ho coltivato profonde insicurezze nei rapporti con gli altri a causa di questa attitudine dell’essere umano del mio tempo - alla quale va aggiunta anche una certa dose dei miei piccoli, grandi traumi infantili personali - di volere tutto e subito.
È paradossale: "hic et nunc" significa "qui e ora", ma pare essere l’opposto del concetto capitalista del “tutto e subito”.
Vivere il presente, infatti, è accettare che le cose possano non essere come noi ce le aspettavamo, cogliere il lato positivo di come sono realmente e di come sono proprio in quanto diverse da come ce l’eravamo immaginate.
È un esercizio che richiede tempo e una certa predisposizione.
Vivere il presente, inoltre, significa non accelerare il futuro, né rimanere troppo a lungo incastrati nel passato. Le cose cambiano continuamente: le idee, le emozioni, i rapporti, il colore delle pareti, il sapore di un frutto, il clima, la corrente del mare.
Questo fa parte del presente e bisogna adattarsi.
Tutto va come deve andare e accanirsi non serve a niente: è una cattiva abitudine che fa male alla salute mentale e fisica.
I buddisti direbbero: un buddista fa ciò che è saggio fare, non ciò che vuole, anche se in una mente pulita le due cose coincidono.
Ecco, una mente pulita potrebbe essere una mente collocata nel presente, in questo senso che ho approfondito.
Questo esercizio - alla pazienza, alla leggerezza, alla comprensione e all’empatia - ha come conseguenza quasi immediata la capacità di comprendere le ragioni altrui con più gentile accettazione. Questo non significa che scompare l’io con i propri bisogni e i propri desideri, semplicemente si smette di essere emotivamente dipendenti dagli altri, a causa delle aspettative che costruiamo su di loro, e di pretendere che i rapporti assumano quella forma, in quei tempi, che vogliamo noi.
Si diventa meno egoisti - il che non è affatto un male!

È un esercizio, allora, anche a (una ritrovata) collettività, al rapporto umano che si disperde laddove si divinizza solo l’individuo e il suo successo lavorativo nel mondo degli uomini soli.
È un esercizio all’amore.

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