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“Lo sapevi che in America lo stealthing è considerato reato?”. Certo, non si parla d’altro da giorni

“Lo sapevi che in America lo stealthing è considerato reato?”.

Questo il titolo che numerose testate giornalistiche hanno associato alla notizia che, in alcuni stati nel Nord America, è stato introdotto il reato di stealthing. In altre parole, costituisce autonoma figura di reato la pratica di sfilare il preservativo durante l’atto sessuale, senza che il partner lo sappia o lo voglia.

Di solito, questa notizia è condivisa da una donna che si autoproclama femminista tramite il proprio profilo social, la quale, quasi sicuramente commenterà la vicenda con un “Vergogna!” standard, alludendo alle manchevolezze della legislazione penale italiana, ma può accadere che sia lo stesso giornalista o la stessa giornalista a specificarlo - dipende da quanto faccia cacare la testata in questione - alimentando il fenomeno che io chiamo, usando un‘espressione molto filosofica, “appiattimento della ragione” o, quando mi sento più Nietzsche e meno Kant, “suicidio assistito del senso critico“.

E mi permetto di manifestare hic et nunc questo delirio di superiorità, in particolar modo riferito al caso dello stealthing, per un motivo molto semplice. In Italia, infatti, lo stealthing, ossia la pratica di sfilare il preservativo durante l’atto sessuale, senza che il partner lo sappia o lo voglia, è già penalmente punibile, entro i confini della violenza sessuale.

Così la Cassazione, sentenza n. 21273 del 2018 tra tutte.


Quindi, per interderci, l’attività sessuale non protetta, se una delle persone coinvolte non abbia prestato il proprio consenso, è considerata una condotta penalmente rilevante, in quanto per consenso si parla di consenso al mancato utilizzo del preservativo, oltre che, come è ovvio e dato per scontato in questo caso, all’atto in sé.

Non esiste dunque una norma ad hoc, ma la condotta è già punibile e il bene giuridico tutelato, facendo ricordo all'art. 609-bis c.p.


Perché, allora, tanto allarme? Perché è da settimane che non sento parlare d’altro, con una certa nota di indignazione, che mi parte l’embolo proprio, se penso che a nessuno o quasi sia venuto in mente di fare una minuscola ricerca su Google, dove basta digitare la parola stealthing per scoprire che non c’è proprio nulla di cui indignarsi, visto che già da anni la giurisprudenza italiana ritiene esistente una simile condotta.

Tralasciando l’ormai nota pessima opinione che ho del giornalismo italiano, superficiale, disinformato, sensazionalistico e di straparte del partito politico di turno, funzionale solo a creare sterili polemiche tra boomer, profili fake e adolescenti disagiati che aspirano a diventare i nuovi Massimo Pericolo, quello che più preoccupa e l’assoluta fiducia cieca, che secondo me deriva da un appiattimento irreversibile del nostro senso critico nei confronti della realtà, di tutti quelli che recepiscono le notizie.


Fenomeno analogo quello di “Squid Game”. Lasciando perdere Vans, che giustamente cavalca l’onda, perché fattura milioni grazie alle vendite di quelle orribili “Slip-on” bianche che sembrano le scarpe degli infermieri, lasciando perdere pure i ristoranti coreani, che si sono messi a vendere i biscottini di zucchero che richiamano uno dei giochini della nota serie tv coreana by Netflixsatana, io mi chiedo: ma c’era bisogno di una serie tv, ben fatta per carità, per accorgerci che la nostra civiltà è brutale, che si fonda su valori iniqui, bugie colossali e segreti di Stato, che la società tutta marcisce nel voyeurismo squallido e, a tratti, crudele, perché aspetta ogni giorno che qualche orrida notizia le dia uno spunto per illudersi di prendere una posizione, che tanto poi o è la posizione maggioritaria, cioè quella dei “più forti”, o fine dei giochi, squalifica, game over?


No, ve lo dico io.

Ma allora perché, perché attraverso un prodotto artificiale riusciamo a realizzare e a metabolizzare certe ovvietà, ma senza gli input dei trend del momento siamo inermi, pigri, scettici, abbiamo la stessa velocità mentale di un vecchietto con la coppola nella vecchia Fiat Panda rossa?


La risposta potrebbe risiedere nel concetto di “politically correct”, corrente da cui mi guardo bene, ma di cui anche io ero vittima quando ero più giovane, specie durante gli anni dell’Università.

Parlare delle stesse notizie di cui parlano tutti, meglio se travestite da trama cinematografica, rende meno vulnerabili, è uno strumento di adattamento e di integrazione in un contesto dove, tutto sommato, tutti la pensano allo stesso modo o, meglio, quelli giusti la pensano come me.


Questo elimina la fatica di ragionare con la propria testa, che tanto già qualcuno ha scritto un post che, guarda caso, esprime alla perfezione quello che volevo dire io.

Se poi però nella vita vera si protesta contro il Green Pass a lavoro o contro il sistema previdenziale italiano o contro il precariato o a favore del DDL Zan o per garantire dignità agli emigrati, “eh, ma sei un complottista”, “eh, ma tanto prendi il reddito di cittadinanza”, “eh, che esibizionisti questi froci”, “eh, l’Italia agli italiani”.

Dove finiscono tutta la comprensione e la riflessione legate alla consapevolezza che la società in cui viviamo si basa su regole pericolosissime, ideali omicidi, valori disumani, meritocrazia sui generis?



Ho pensato questo, che i più ritengono che basti indossare, non le Clarks, ma le Vans “Slip-on” bianche in questo caso, che sia sufficiente trovare geniale una serie tv che non ha detto nulla di nuovo, ma che va di moda adesso, per potere capire i meccanismi complicatissimi di una società sempre più complessa ed essere più intelligenti e più colti degli altri. Sono gli stessi che, già adesso, mentre esprimo questo interminabile pensiero, staranno scrivendo qualcosa sull’altrui ignoranza coi loro profili social, seguiti solo dai parenti e dai compagni di scuola, paventando una superiorità che deriva da chissà quale attestato divino, che guarda caso tutti credono di possedere. Ma se ognuno crede che l’altro sia ignorante, non è rimasto più nessuno a fare il genio. Ed ecco che, in questo circolo vizioso, esce una serie tv che nel giro di un paio di settimane diventa virale, qualcuno scrive una serie di post inerenti, gli altri li condividono, e ognuno di essi si sente il genio.

Eppure, come con la “Casa di carta”, nella vita vera non c’è nessuno che svaligerebbe mai la Zecca Nazionale per dare ai poveri quello che hanno già rubato i ricchi. Nessuno che applica ciò che ha appreso da “Squid Game” alla realtà sociale attuale, che cerca su Google la parola “stealthing”. Ma ci sarà certamente qualcuno che darà del mostro al rapinatore di Librino, che crederà che non esistono medici corrotti, perché gli eroi stanno in corsia, che condividerà per l’ennesima volta “lo sapevi che in America lo stealthing è considerato reato?”.


 
 
 

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