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La mia ipocondria è tutta colpa tua




Così diceva Tommaso Paradiso in quella sua canzone... Più o meno.


La canzone, infatti, suonava "la mia malinconia è tutta colpa tua […] e di qualche film anni 80", ma per qualche ragione, da un paio d'anni a questa parte, ogni volta che mi viene in mente per me è "la mia ipocondria".


Tecnicamente, l’ipocondria è “forma clinica dei disturbi d'ansia caratterizzata dalla preoccupazione ingiustificata ed eccessiva nei confronti della propria o della altrui salute, con la convinzione che qualsiasi sintomo avvertito da un soggetto sia il segno di una patologia severa”. (fonte Wikipedia).


In poche parole, l'ipocondria è una declinazione dell'ansia.


Oh, Ansia, Ansia... Perché sei tu Ansia?





La Giulietta di noialtri, un pensiero fisso che ci attanaglia l'esistenza come la Capuleti con Romeo, se si pensa che la stima mondiale, secondo l'OMS, è circa 284 milioni di individui sul pianeta Terra - dunque senza contare gli extraterrestri - che soffrono di disturbi dell'ansia.


Di base, l'ansia è uno stato mentale, una condizione di preoccupazione che può avere talvolta un'accezione persino positiva, se non sfocia nella patologia.


Una persona una volta mi fece un esempio molto convincente: se non fossi ansiosa, nel momento giusto al modo giusto, e un leone famelico stesse per aggredirti mentre ti stai riposando durante la tua digestione, probabilmente il tuo cervello non ordinerebbe al tuo sangue di confluire dall'intestino alle gambe per farti scappare via velocemente prima di essere sbranato.




Ma quand'è che l'ansia smette di salvarci la vita e diventa un fardello - se non, addirittura, la causa stessa di pericolo dalla quale dovremmo salvarci?


E, soprattutto, da quando siamo diventati tutti - si fa per dire! - così ansiosi?


L'altro giorno, durante una consueta ecografia al seno di routine, parlavo a macchinetta con il radiologo per non svenire. Lui l'aveva capito che ero agitata e mi ha confessato che lui non lo era mai stato. Il motivo, secondo la sua visione delle cose?


La generazione.


Noi millennials - e a seguire la Gen Z - siamo i figli legittimi dell'ansia, nati sotto il segno del bombardamento mediatico dell'orrore totalmente fine a se stesso e dell'eccessiva sovrainformazione in ogni ambito, ai limiti della sopportazione umana.


E la cosa più grave è che noi stessi abbiamo alimentato e continuiamo ad alimentare questo circolo infernale.


Come?


Innanzi tutto facendo un uso sproporzionato dei mezzi di comunicazione che abbiamo in dotazione.


Perché i Social Network sono diventati un bollettino di guerra?


A che cosa serve condividere le immagini di un bambino morto a causa di un'esplosione a Gaza, esattamente?


Non è una domanda retorica, me lo chiedo sinceramente tutte le volte che vedo un'immagine scabrosa, senza filtro alcuno, che mi sconvolge, mi disgusta, mi spaventa e che ha delle conseguenze sulla mia psiche.


Sì, perché anche se siamo adulti - e comunque ci sarebbe da riflettere sull'impatto che queste stesse immagini che condividiamo potrebbero avere su un bambino, visto che anche loro usano i Social - e anche se sul momento ci sembra che quell'immagine sia solo uno strumento di informazione e di sensibilizzazione, in verità ci ha segnato per sempre.


E allora mi domando: siamo dei giornalisti? No - pure sul modo di fare giornalismo si potrebbero aprire infinite parentesi, ma pure questo mi sembra un serpente che si morde la coda.


Siamo, forse, allora, degli attivisti? Men che meno.


In che modo le nostre vite sono proiettate in funzione della salvezza delle anime innocenti di Gaza solo perché ne condividiamo informazioni di cui nemmeno ci interessiamo per un approfondimento o una reale veridicità?


Spoiler: nessuno.


E che valore ha veramente l'immagine di un bambino morto tra le macerie di un'esplosione di guerra prima di un selfie al Mono e dopo un verso di una canzone di Angelina Mango?


Dunque, escludendo gli inviati di guerra e gli attivisti, perché tutti gli altri condividono certe immagini e, soprattutto, non pensano alle conseguenze di quelle immagini?


Siamo veramente così assuefatti dal gusto per l'orrido da avere normalizzato l'azione della diffusione di immagini dal contenuto sensibile e sbranato il loro reale significato, al punto tale da spargerle sul web insieme alle foto del nostro fine settimana a Livigno?


Di che cosa si tratta veramente?


Di fare un bel bagno alla coscienza, della serie "io il mio dovere social(e) l'ho fatto, adesso nessuno mi può dire più niente" o è forse un impulso incontrollato cerebrale che ci impone di diffondere in maniera compulsiva - e, mi tocca dirlo, superficiale - notizie di cronaca con annesse immagini di tragedie, ignari delle conseguenze che queste avranno su di noi e sugli altri?


Tutto questo genera ansia sociale.


Essere quotidianamente bombardati da informazioni non richieste sulle disgrazie del mondo - su quelle di tendenza, perché, ahimè, esistono anche morti meno “trendy” e anche qui, capire che cosa renda un femminicidio più instagrammabile di un altro non è chiaro - non può non essere deleterio per la psiche umana e una delle causa - io ritengo la più importante - dell'ansia intesa come malattia del secolo.


E aggiungo: non solo è inutile diffondere certe notizie accompagnate da consuete frasi come "vergogna" ai fini della salvezza dell'umanità; non solo facciamo del male senza saperlo a chi è particolarmente sensibile, ai bambini e anche a chi sul momento non ne ha contezza, ma a lungo andare verrà risucchiato da questo vortice della sovrainformazione coatta; inoltre, il più delle volte, siamo complici nella diffusioni di notizie mal narrate.


Senza considerare il fenomeno delle fake news, da cui sento di essere tendenzialmente immune ormai, è veramente molto più frequente di quanto si pensi generalizzare o prendere per buono, senza approfondire, la singola e unica parola o frase decontestualizzata che appare su una foto, un video o nella narrazione di un influencer che prova a fare attivismo.


Questo, oltre al piattume mentale che deriva dalla morte del senso critico nei confronti della realtà, genera ansia perché si ha la percezione che non si conoscono mai a fondo le cose.


Ho visto centinaia di post tutti uguali su argomenti la cui vita mediatica solitamente si aggira intorno ai tre giorni, decine e decine di condivisioni di pensieri univoci, senza argomentazioni, fatti con lo stampino, per menti totalmente obnubilate da questo divagante politically correct che si insinua nelle nostre vite Social.


Ma quante volte siamo andati alla ricerca della fonte di certe notizie, di approfondimenti, di ragioni recondite sottese a determinate dinamiche?

Quante volte ci siamo chiesti: da dove nasce questa affermazione? In quale contesto è stata detta? Qual è il background della mente che l’ha concepita e a quale scopo è stata inserita nel contesto?


E, ancora, prima di condividere una statistica, un frame di un’intervista, uno studio scientifico o una notizia che riguarda argomenti di cui non sappiamo niente come l’evasione fiscale o la legge.


Davvero non avevate la minima idea che Chiara Ferragni guadagnasse da una campagna pubblicitaria che utilizza la sua immagine e il suo logo nel packaging delle uova di Pasqua?


Veramente pensavate che avremmo salvato i bambini dell’ospedale, noi e Chiara, comprando due pandori prodotti, oltretutto, in massa e venduti nei grandi magazzini, che avremmo aperto e ingerito, causando chissà quali avvelenamenti chimici dovuti alle sostanze per la lucentezza e la conservazione di quel pandoro?

Pronto?

È grave quello che ha fatto Chiara Ferragni?

Forse, se la sbrigherà la Guarda di Finanza, ma anche meno.


Ma è davvero stupido non essersi resi conto che quelle campagne, realizzate con poca trasparenza, non determinassero un aumento sul fatturato di Chiara Ferragni, dal momento che questo è il suo lavoro, come aumenta il fatturato di Selvaggia Lucarelli quando ci fa credere di avere fatto l’eroina del mondo sgamando una recensione verosimilmente finta su TripAdvisor.


Insomma, chi non ha mai lasciato una recensione a cinque stelle a un amico con un locale solo per aiutarlo nel suo lavoro?


Ma ci indigniamo e condividiamo tutti.


E allora io dico: forse che questa tendenziale perversione social(e) non sia poi un riflesso del piattume delle nostre menti e, conseguentemente, delle nostre personalità, derivante proprio da questi strumenti che, in aspettativa, avrebbero dovuto renderci più dotti e consapevoli di ogni cosa oltre la nostra immediata portata, e invece ci hanno reso delle amebe dall’unico pensiero, con la bocca aperta pronti ad abboccare a ogni singola notizia che si muove e che sembra socialmente interessante da condividere per farci accettare nel contesto sociale, senza sapere più davvero utilizzare il cervello al fine di dare un significato altro alle informazioni che captiamo in un primo (e unico, ahimè) acchito?


Così ci sentiamo accettati anche noi.


O, al contrario, i social ci fanno questo perché noi siamo poveri di senso critico da ancor prima della loro trasformazione?


Dunque, il problema sono i social e l’uso che ne facciamo o… Siamo noi?


Esiste prima l’uomo o il social?





Abbiamo rinunciato al nostro senso critico della realtà e alla nostra capacità di argomentazione per non sentirci soli, ci siamo immersi nell’orrido e facciamo anche noi parte di quella schiera assatanata di informatori opinionisti che pensa solo a diffondere news per avere click, per accrescere una qualche forma di vanità interiore basata sul consenso sociale, per non sentirci inetti, e lo abbiamo fatto grazie ai social come in altre epoche si sono serviti di altri strumenti?


O i social ci hanno reso inetti?


E come possiamo placare l’ansia e il senso di solitudine che proviamo quando non ci lasciamo travolgere da quest’onda terroristica mediatica perché ne consociamo bene le conseguenze sulla psiche e non vogliamo farne parte?


Chi sono i veri inetti? I divulgatori amebici o gli ansiosi perplessi?


Ovviamente non lo so ancora, ma sto lavorando per scoprirlo.


Un’idea che mi balena nella testa è quella di oscurare sui social tutti quelli che…


Tutti!

 
 
 

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