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La libertà sessuale è una essa stessa una prigione?



Quando avevo ventiquattro anni, durante una vacanza in Grecia con le amiche, ho dovuto inventare una storia verosimile per rispondere alla domanda “qual è stato il posto più assurdo dove hai fatto sesso?”.


Era solo un gioco tra giovani adulti che fingevano di essere ancora degli adolescenti, nulla di più, eppure per me quell’episodio segnò un momento di profonda vergogna.


Perché?


Perché non solo non c’era alcun posto assurdo dove avevo fatto sesso, ma, a dirla tutta, nemmeno un posto normale, perché a ventiquattro anni le mie esperienze sessuali erano talmente poche che sarebbero bastate tre parole precise per raccontarle e di certo non erano all’altezza di un gioco come “obbligo o verità”.


Quella sera la mia me di ventiquattro anni non se l'è sentita di dire questa cosa al cospetto delle sue amiche e di quei ragazzi di Roma conosciuti a Lindos durante la nostra vacanza rock’n'roll.


Per quale motivo non sono riuscita a dire che per me il sesso è una cosa importante che avrei voluto condividere con qualcuno di speciale che, purtroppo, non avevo ancora incontrato?


Ai tempi non ne avevo idea e pure oggi faccio fatica a comprendere tutto quel disagio e quella vergogna.


Forse perché tutti avevano, al contrario di me, un posto incredibile in cui avevano fatto sesso e, come corollario assoluto, una vita sessuale molto più attiva e, all’apparenza, divertente della mia? E se anche gli altri avessero mentito per le mie medesime ragioni?


E se fosse normale avere una percezione del sesso tutta personale e soggettiva?


Oggi so che il motivo per il quale mi sentivo così a disagio nell’esporre la mia visione del sesso in quel contesto goliardico, in fondo, era legato all'esigenza di sentirmi parte di un gruppo sociale, accettata e meno sola.


Perché la società tende a imporre una visione univoca delle cose, in base al momento storico di riferimento, e a marginalizzare ed escludere tendenzialmente tutte le altre visioni, creando un profondo senso di disagio e di solitudine in chi la pensa diversamente dai più.


Ho creduto, e per lungo tempo, di dovere nascondere la mia identità sessuale, di dovere mentire pur di non rivelare ai miei interlocutori che io non ero mai stata presa su una lavatrice durante la centrifuga o nella cabina di una ruota panoramica alla festa del santo patrono del paese.


Per non sentirmi diversa, ignoravo i miei sentimenti e, se venivano a galla, li ricacciavo accuratamente nel profondo della mia anima insieme alla sofferenza, ostacolando così quel processo di consapevolezza di me stessa che è fondamentale per vivere una vita veramente libera e felice.


Non riuscivo a capire che il mio concetto di libertà, nella fattispecie precisa di libertà sessuale, era diverso da quello della maggior parte delle mie frequentazioni, ma sopratutto ignoravo che molti di loro si erano appropriati della più comune e diffusa visione del sesso per ragioni del tutto sociologiche e, in certi casi, retrograde, senza porsi la più importante delle domande: ma che cos’è per me la "libertà sessuale"? E perché questo concetto ha assunto l'unico (in linea di massima) e solo significato di sesso frequente e con una pluralità di partner?



A distanza di sei anni, dunque di recente, mi sono imbattuta in una conversazione privata - origliando, lo ammetto - mentre ero a lavoro.


Il lato positivo di avere un vintage corner in una caffetteria è che si incontrano tantissime persone ogni giorno - il che può diventare anche il lato negativo, dipende da come mi sveglio la mattina.


Qualche volta, sedute al tavolo accanto al mio possono capitare persone davvero interessanti.


Qualche giorno fa, per l’appunto, c’erano queste due ragazze, che non avevo mai visto, che si raccontavano delle rispettive visite ginecologiche.


Andare dal ginecologo credo sia una delle pratiche più angoscianti che esistono per una donna, se non altro per i metodi a dir poco spiacevoli con cui viene eseguita regolarmente una visita - con strumenti che potete trovare anche nel museo delle torture medievali probabilmente. A questo si aggiunga la scarsa delicatezza che spesso e volentieri questi medici hanno nell’affrontare certi argomenti. Insomma, perché mai un ginecologo dovrebbe partire dal presupposto che tutti fanno sesso felici e contenti? E chi lo legittima a fare sentire a disagio una persona con una vita sessuale che si distacca da questo schema metodico e oserei dire utopistico?


Questa ragazza seduta al bar dove lavoro aveva dei disagi durante il rapporto, cosa alquanto frequente a quanto pare, e l’ho scoperto solo a trent’anni. La ginecologa di turno l’aveva ferita dicendole che se non se li fosse fatti passare nessun uomo l’avrebbe voluta.


Ohibò, che esagerazione! ho pensato.


«Mi ha detto che sono praticamente ancora vergine! Ma insomma, il pene è entrato!» diceva la sfortunata paziente alla sua amica.

«Non ci credo che ti ha parlato in questo modo» rispondeva questa, giustamente.

«Ma poi questo gran genio della tua ginecologa non lo sa che la verginità è un costrutto sociale?».


A questo punto, ho dovuto intrufolarmi nella conversazione come la gran maleducata che stava origliando quale sono solo per dire all’amica «grazie».


Mi ha risposto facendo un cuore con le dita.


Tralasciando il discorso sulla verginità intesa come costrutto sociale, un pensiero che non mi aveva mai sfiorato e che ho trovato stupendo, dal momento che è un tema, se ci si pensa, che affiora praticamente sin dagli albori nei contesti patriarcali per valutare il valore e l’onore di una donna in prossimità di un matrimonio ben riuscito; vorrei piuttosto soffermarmi sull’elemento in comune tra quest’ultimo episodio di umiliazione eteroindotta a cui ho assistito e quello che mi ha direttamente riguardato, tanti anni fa, durante il mio viaggio in Grecia: la vergogna di non fare tanto sesso come gli altri e la paura di rimanere soli per questo motivo.


Sempre ammesso e concesso che la gente faccia tutto questo sesso come dice e, soprattutto, che lo faccia assecondando la propria volontà e provando piacere, come effettivamente dovrebbe essere(?).


Molto tempo dopo quella vacanza, infatti, non solo ho appreso che buona parte delle divinità del sesso, che millantano decine di amanti e svariate esperienze sessuali fuori dagli “schemi”, non hanno mai avuto un orgasmo o evitano talune altre pratiche, magari più "canoniche", per proprie insicurezze e paure personalissime, ma ho anche scoperto, all’inizio con gran sorpresa, che sono tanti e sono lunghi i periodi in cui la gente non fa sesso.


E ho ritenuto fondamentale per il mio sviluppo e per lo sviluppo sociale iniziare un processo di normalizzazione di questi episodi.


È normale avere delle paure e delle insicurezze ed è normale che si manifestino nel sesso; è normale avere delle preferenze in fatto di pratiche sessuali; è normale vivere lunghi periodi di astinenza e fare sesso con dei partner specifici per i quali si prova un sentimento.


Potrei continuare all'infinito l'elenco di cose che sono assolutamente normali, ma che la società vede come un tabù, un affare tra sfigati, qualcosa di bigotto, datato e "fuori moda", costrittivo e che poco ha a che fare con la libertà, non capendo che anche non fare sesso, se non se ne ha voglia per plurime ragioni tutte validissime, è una forma di libertà.


Ma allora perché non se ne fa parola?


Insomma, perché oggi è così facile, in tendenza opposta rispetto al passato, raccontare le proprie esperienze sessuali e ci si fregia del numero elevato dei propri amanti, ed è invece così difficile ammettere che non si fa sesso da molto tempo, che non si fa sesso con diversi partner, che non si ha mai fatto sesso in assoluto?





A proposito dell’inversione di marcia rispetto al passato, quando al contrario bisognava nascondere il numero di amanti e le numerose esperienze collezionate, specialmente tra le donne, credo che ci siano ragioni sociali sottese.


Una tra queste è senz'altro l’emancipazione femminile, che è passata dall’emancipazione sessuale e ne ha fatto, probabilmente a ben ragione, un suo manifesto, proprio perché erano le donne a subire più di tutti le regole patriarcali della verginità prematrimoniale e della vergogna di fare sesso libero e affollato.


Ma ad oggi la libertà sessuale delle donne, nella sua accezione più comune e per certuni, ahimè, univoca, ossia libertà assoluta di fare tanto sesso e con chiunque fuori dai vincoli relazionali imposti dalla società, è diventata essa stessa vincolante.


A volte una vera e propria prigione sociale.


Ma come direbbe Audre Lorde in un suo saggio “gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone. Ci possono permettere di batterlo temporaneamente al suo stesso gioco, ma non ci metteranno mai in condizione di attuare un vero cambiamento. E questo fatto è una minaccia solo per quelle donne che ancora definiscono la casa del padrone come la loro unica fonte di sostegno”.


In altre parole, ciò che questo passaggio vuole dirci tra le righe è che la fuga dagli schemi di una società patriarcale e maschilista attraverso il sesso libero rischia di diventare solo una forma di nuova prigionia che ha sempre il patriarcato e il maschilismo dietro le quinte, poiché spesso e volentieri il sesso è uno strumento di compiacimento maschile che poco ha a che vedere con le reali esigenze e i più profondi desideri delle donne, uno strumento per ottenere amore e sicurezza, un meccanismo subdolo di sottomissione e protezione.


A volte temo che il maschilismo sessuale si sia solo evoluto sotto forma di emancipazione (presunta) sessuale femminile.


Ma il concetto di libertà sessuale è molto più ampio di così e ce lo insegna anche l'ideologia "Queer".

Chi non lo accetta e continua a ritenere che gli schemi etero-normativi che dominano la nostra società dal secondo dopoguerra siano gli unici che possono esplicare il concetto di libertà sessuale, ignora due dati sociali fondamentali: il primo è la soggettività assoluta del sesso, che andrebbe sviscerata attraverso una profonda educazione sessuale sociale, oltre che con una profonda presa di coscienza di sé - così almeno anche chi fa tanto sesso e se ne vanta, può almeno iniziare a vantare pure qualche orgasmo; il secondo dato sociale, che è un'immediata conseguenza del primo, è che la libertà sessuale è strettamente collegata all’identità sessuale, la quale non si riduce più al solo assioma “scopo perché è bello o perché devo riprodurmi, se non lo faccio sono uno sfigato bigotto cattolico e morirò solo e triste”.





Esistono talmente tante identità sessuali, che la società sta scoprendo lentamente a partire dalla mia amata Generazione Z, da cui derivano altrettante attitudini sessuali (da quelle omosessuali a quelle pansessuali, dall’asessualità all’aromanticismo e così via), per cui è davvero ridicolo e retrogrado ad oggi parlare di sesso frequente e con tanti partner come il solo atto di libertà sessuale e di emancipazione dagli schemi imposti.


Ognuno dovrebbe allora conoscere e imparare i propri strumenti di libertà, che non devono necessariamente essere uguali a quelli degli altri, nemmeno se gli altri rappresentano la stragrande maggioranza, ma soprattutto deve apprendere necessariamente la pluralità di sfumature che riguardano il sesso e iniziare a essere un po’ più onesto con se stesso e con gli altri, se proprio vuole condividere le proprie esperienze, e non giudicare, per evitare di acuire certi schemi sociali deleteri che creano disagio.


Una società che decostruisce la vergogna e gli stereotipi associati all'assenza di sesso, affrontando con delicatezza presenze e assenze comuni a ognuno di noi e che ci inducono a scelte sessuali differenti, è una società veramente evoluta.


Non quella società che fa sesso in un unico modo, giudicando gli altri che lo intendono in una maniera differente, e creando schemi preimpostati che sgretolano la soggettività e il suo sacro rispetto.


Se si abbattessero certi tabù - mi riferisco qui a quelli legati alla verginità, all’astinenza, alla scelta di avere un solo partner, al romanticismo e simili - sarebbe più semplice costruire un tessuto sociale più compatto, fatto da individui più consapevoli e dunque felici.

 
 
 

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