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L’amore dato a chi non lo vuole ricevere da te non è dolce, è melenso


L’amore dato a chi non lo vuole ricevere da te non è dolce, è melenso.


Occorre subito fare una specifica: per amore, in questo caso, si intende quel carico esplosivo di attenzioni, cure e premure che, se rivolte a una persona che non vuole avere una relazione con noi, diventano melense ai limiti del viscidume. Negli ultimi mesi mi è capitato con una regolare frequenza di avere degli appuntamenti. Sono “aperta” a nuove conoscenze - si fa per dire - perché sono single, dunque ho frequentato per periodi più o meno brevi diversi uomini e, ad alcuni, ho cantato chiaro e tondo sin da subito che questo matrimonio non s’ha da fare.


Non sono quel tipo di persona che perde tempo in storie che sa già che non avranno alcuno sviluppo per ragioni non imputabili a nessuno dei soggetti coinvolti.

Se devo passare il tempo scrivo, vado a teatro, esco con gli amici; non gioco col cuore degli uomini - sì, mi lascio ancora il beneficio del dubbio che gli uomini dispongano di un cuore.

Alcuni di loro, tuttavia, non hanno mollato la presa e a giorni alterni si rivolgono a me come se avessimo una storia in corso, con fare ammiccante e sensuale, a tratti con una confidenza tale che nemmeno con gli uomini con cui ho diviso il sonno mi sento di avere, e la mia reazione istintiva è: bleah.


Avete presente quel “bleah” di quando assaggiate un piatto troppo dolce, troppo stucchevole, a un certo punto nauseante?


Non è un “bleah” di schifo, lungi da me; è più un “bleah” da “basta, non ne voglio più, questo sapore mi ha stancato, se ne mangio un altro boccone vomito”.

E, subito dopo avere ricreato questa immagine disgustosa nella mia e nella vostra testa, penso: “oh mio Dio, ma io sono esattamente così con gli uomini che non mi vogliono, quando insisto?”


E lì parte “Hello darkness, my old friend”, lo sguardo perso nel vuoto, tutta la vita mi scorre davanti.

Inizio allora a cercare le prove della mia innocenza e ne trovo subito una: gli uomini per cui ho perso la testa io hanno sempre giocato coi miei sentimenti.

Tiro un sospiro di sollievo.


“Fiù, sono ancora meglio di quelli che mi hanno spezzato il cuore”.

Consapevole, tuttavia, che non è una gara, torno in me e, anziché cercare delle scuse che giustifichino il mio comportamento, penso alle ragioni per cui non dovrei insistere a battere ferro, se al posto del ferro c’è il marmo.


So di non essere l‘unica, forse a tutti è capitato almeno una volta nella vita di dare amore gratuitamente e senza che l’altra persona lo volesse. Qualcuno, magari, è pure riuscito nell’impresa colombiana di conquistare il cuore sciolto dell’amato che non corrispondeva, ma…


a quale prezzo?


Penso allora alla sensazione di fastidio che provo ogni volta che un uomo che ho rifiutato si rivolge a me con fare seducente e confidenziale. Ripenso, inoltre, alle ragioni che mi hanno spinta a rifiutarli, che non cambieranno grazie a qualche battuta spinta, nel momento meno opportuno del rapporto, ossia quando il rapporto, che non c’è mai stato, non c’è più nemmeno in potenza.

Così facendo peggiorano solo la situazione.

E l’ho peggiorata tante volte anch’io.


Ma fingiamo che a noi non importa delle conseguenze delle nostre azioni, che noi agiamo liber* e senza secondi fini, perché ci hanno insegnato che l’amore si misura in base a quanto se ne dà, non a quanto se ne riceve, che facciamo quello che ci pare, in barba al risultato - deleterio - finale.


E a come poi ci sentiamo quando ci schiantiamo contro un gigantesco, enorme e violento rifiuto, facendoci un gran male, che per raccogliere tutti i pezzi ci vogliono settimane, mesi, anni.



Qualche giorno fa ero a pranzo con una persona a me molto cara, che ha scelto deliberatamente di non schiantarsi continuamente contro questi muri di marmo freddo senza ammortizzatori, optando piuttosto per un atteggiamento apparentemente passivo e strafottente.

Quando le ho espresso la mia ammirazione per il suo stoicismo e la sua fermezza d’animo, lei mi ha risposto che dentro la sua testa non era affatto calma, ma che la sua scelta era dettata in parte da codardia, in parte da un po’ di sano istinto di conservazione.

Allora lì ho capito.


Ho capito che, se proprio non vogliamo farlo per gli altri, perché del loro giudizio non ci importa nulla, chi se ne frega se ci prendono per sotton*, l’abbiamo fatto tutti!

E se proprio non vogliamo farlo come strategia, perché noi siamo più liberi di così, nessuna mossa prestabilita ci tiene in pugno, e allora facciamolo per istinto di sopravvivenza.

Tutte le volte in cui non siamo certi di potere sopportare un rifiuto, una risposta sgradevole o una non-risposta, ogni volta che sapevamo già di non avere voglia di farci del male - e dovrebbe essere ogni giorno - non diamo agli altri la possibilità, su un piatto d’argento lucidato a nuovo da cento schiavi illegali tenuti legati in uno scantinato, di farlo.

Il coraggio possiamo dimostrarlo in altre circostanze, ma certe eroiche ferite non si rimarginano, e in fondo non sono nemmeno così eroiche.

Eroico è preservare noi stessi quando, di fronte abbiamo certamente una causa persa.

Ricredersi è stupendo tanto quanto non farlo mai, se non ci sono i presupposti per ricredersi: a volte le cose sono esattamente come sembrano e no, non sono così belle e così importanti da permettergli di ferirci.

Ricordiamo che anche l’assoluzione è un giudizio.







 
 
 

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